(importato da Splinder)
Stavo cercando una cosa, e mi è venuto in mente che qui in primavera doveva arrivare la pandemia più pericolosa per l'uomo, l'epidemia che doveva sconvolgere l'umanità, la famigerata aviaria.
Che fine ha fatto, una bolla di sapone? Fino ad un mese fa ci rintronavano a suon di volatili, gatti, cani morti per l'aviaria. Anitre e cigni che morivano negli stagni italiani... poi il nulla.
Ma dov'è finita l'aviaria, non ce n'è più traccia, mi pare molto strana la cosa.
Lo strano è che passata l'ondata influenzale stagionale, e la vendita degli antinfluenzali è andata a buon fine, le notizie sull'aviaria hanno perso spessore, non interessano più a nessuno.
Gli unici a perderci sono stati i polli, sembrerebbe. C'è stato un incredibile falcidiazione di polli a causa di un probabile contagio che poi non c'è stato, qualcuno mi dirà che è appunto perché a scopo precauzionale sono stati eliminati i polli, non c'è stata l'epidemia tanto conclamata, ma ci si deve credere.
C'è chi dice che la carne di pollo non viene più consumata, che ci sono state perdite enormi, in termini economici... però conosco tanta gente che il pollo l'ha continuato a mangiare, anzi ho anche notato che il prezzo della carne di pollo è sempre stata alta, anzi hanno alzato il prezzo, questo perché non si vendeva? Se non si vendeva forse dovevano abbassarlo... o no.
Se qualcuno mi dice che fine ha fatto l'aviaria ringrazio, mi piacerebbe davvero saperlo.
lunedì 16 aprile 2012
Tursha - Naufragio
Fin dalla mattina avevano visto che non sarebbe stato un giorno fausto. E quella mattina infatti, prima furono costretti a inseguire una triremi romana che li allontanò dalla nave alla quale stavano prestando scorta. Questa trasportava la statua della dea Astarte, dono dei Cartageni. Allontanadoli troppo, loro che speravano di raggiungerli in fretta e dar battaglia, distruggerli, come meritavano per gli insulti che avevano proferito contro la loro gente, per tornare in breve tempo alla scorta. Ma dovevano capirlo che era solo una manovra diversiva, per tenerli distanti. Un'altra barca poteva agire indisturbata depredando gli ori, la statua, e il carico prezioso della nave che dovevano scortare. Avendo tutto il tempo di affondarla.
Infatti quando videro la colonna di fumo alzarsi nel cielo, alle loro spalle, capirono immediatamente lo sbaglio commesso. Erano caduti nella trappola come dei principianti, lasciando sguarnito il loro lato più debole, la nave che scortavano. Che effettivamente, quando, compiuta la virata, arrivarono sul posto del rogo, ormai non c'era più niente e nessuno da salvare. Ma nemmeno nessuno da inseguire.
Un'unica cosa sapevano, i responsabili non erano altro che i loro più acerrimi nemici, i focei di Alalia, avrebbero pagato per questo nuovo affronto. Avrebbero venduta a caro prezzo la loro pelle all'ingresso dell'Ade. Non sarebbe stato risparmiato nessun loro discendente, nessuna pietra delle loro case sarebbe rimasta in piedi, e nemmeno l'erba sarebbe più cresciuta in quel luogo. Si sarebbe certo rifiutata di crescere in un luogo così immondo. Sarebbe stata fatta giustizia.
Ora c'era solo una cosa da fare, lanciarsi all'inseguimento della nave nemica, e far pagare, con la loro vita, lo sgarro fatto. Ce l’avrebbero fatta, Poseidon li avrebbe aiutati a raggiungere quella barca, troppo veloce per loro, ma sicuramente già imbevuti di gloria, che certamente non avrebbero pensato di ritrovarsi alle spalle i più valorosi guerrieri Tursha dell'intero Mediterraneo. Discendenti diretti di famosi pirati che già avevano scorrazzato in lungo e in largo nel mare Egeo, quando loro, i focei, non avevano nemmeno il coraggio di avventurarsi nel loro mare.
La storia insegnava che i focei erano troppo vigliacchi per combattere una battaglia a viso aperto. Già quando scapparono dalle loro terre senza combattere. Lasciando le loro case all'invasore dell'est, costrinsero alla fuga il resto dei popoli loro alleati, che se non avessero seguito il loro esempio, sarebbero rimasti uccisi, o fatti schiavi.
Ma questi erano diventati malgrado tutto pirati a occidente, assalendo navi e porti Shardana, Cartagegi e quelli Tursha. Sempre agendo con l'inganno della debole strategia fatta di tradimenti e sotterfugi, che spesso portava anche i suoi frutti, ma certo era che i focei erano tra i più odiati mercanti della zona. Erano quelli che vendevano al prezzo più alto, ed erano quelli che raziavano un intero villaggio anche se non erano in guerra con questo. E quando gli si poteva far pagare qualcosa lo si faceva con la loro stessa moneta.
Come ora, dopo il loro arrembaggio alla nave Tursha, la scorta si precipitò all'inseguimento. A vele spiegate e rematori che tenevano un'andatura molto sostenuta, solo per riuscire a ingaggiar battaglia nel minor tempo possibile, li avrebbero raggiunti, avrebbero fatto il possibile. Se fossero tornati vincitori avrebbero fatto tutti un pellegrinaggio a Poseidonia all'altare di Poseidon per rendergli gli omaggi della vittoria.
Procedevano spediti, ma le vele della nave che inseguivano non si vedevano. Sapevano che aveva preso sicuramente quella rotta, ma doveva essere una triara, e per loro era troppo veloce. L'avrebbero raggiunta solo quando si sarebbero creduti ormai fuori pericolo. Erano loro che non dovevano cedere, erano certi che prima di sera sarebbero stati loro addosso. Il problema era solo quello di raggiungerli, perché poi, la battaglia non la temeva nessuno.
Ma un altro evento forse veniva in loro aiuto, si era alzato un vento di tempesta, proveniente da ponente. Si manteneva soleggiato, ma in lontananza si vedevano già le prime nubi salire. Erano grossi cumuli che si spostavano proprio verso di loro. Certamente avrebbero prima incontrato la nave nemica, questo era già un vantaggio.
Fu poco dopo il mezzogiorno che si avvistarono le vele dell'imbarcazione nemica, erano spiegate, ma nessun rematore era al lavoro. Per cui si credevano già sicuri, e non avevano nessuno all'avvistamento. Avrebbero potuto avvicinarsi molto prima di essere scorti, grazie anche al mare che si era notevolmente ingrossato. La fortuna giocava ora dalla parte dei Tursha, che alla vista della nave si infervorarono ulteriormente, sentendo il predatore divenire preda. Cominciarono canti di incoraggiamento a resistere, canti di guerra che animavano ancor più di forza i già possenti guerrieri.
Il mare spumeggiava, le onde battevano contro il legno, schizzando e rinfrescando i corpi sudati, rigenerandoli dal calore. Le voci scandivano il ritmo e il tamburo teneva il tempo, il loro comandante era osannato nei canti. Già lo ringraziavano di portarli alla gloriosa battaglia, per vendicare gli ori perduti. Le schiene si muovevano a ritmo sincronizzate tra loro. Un movimento muscolare perfetto che muoveva e agitava l'intera imbarcazione. Le nuvole ormai sopraggiungevano a coprire il sole ormai erano sicuri anche di essere stati avvistati dall'altra barca, ma ciò non importava, visto che non le erano più tanto distanti. Anzi si vedeva che ora anche gli altri remavano, ma a un ritmo più blando, non certo come loro, erano sempre più vicini.
Eppure la nave nemica era una triara, aveva due file di remi per parte più della loro, ma questo ormai non le sarebbe bastato, loro avevano una copertura di vele maggiore, ma ancora per poco, perché ormai il vento era troppo forte. Avrebbero perso tutto se le avessero tenute ancora spiegate. I loro nemici le avevano tutte serrate, e avanzavano solo coi remi, col mare mosso però non riuscivano a tenere un buon ritmo, anche perché coordinare cinque file di remi era difficile con tutto il peso del carico, tanto più con le onde. Spesso le ultime due in alto non toccavano nemmeno l'acqua. Allora lo sforzo del resto diventava maggiore, in quanto dovevano sopportare anche il peso della parte mancante. Voleva dire che perdevano molto tempo a far andare dritta la nave, sopratutto quando arrivavano forti ondate che la spostavano dalla sua rotta.
L'inbarcazione Tursha chiaramente non era da meno, anche questa aveva i suoi problemi, ma già il fatto di aver meno remi e niente carico, poteva aver problemi nel tener dentro l'ultima fila. Ovvero dall'altro lato veniva impressa solo la forza di una fila in più, non di due o tre a seconda delle ondate, e allora rimettere in rotta era notevolmente più facile. Ma ora stavano entrando nella tempesta, non sapevano come sarebbe andata a finire.
Infatti quando videro la colonna di fumo alzarsi nel cielo, alle loro spalle, capirono immediatamente lo sbaglio commesso. Erano caduti nella trappola come dei principianti, lasciando sguarnito il loro lato più debole, la nave che scortavano. Che effettivamente, quando, compiuta la virata, arrivarono sul posto del rogo, ormai non c'era più niente e nessuno da salvare. Ma nemmeno nessuno da inseguire.
Un'unica cosa sapevano, i responsabili non erano altro che i loro più acerrimi nemici, i focei di Alalia, avrebbero pagato per questo nuovo affronto. Avrebbero venduta a caro prezzo la loro pelle all'ingresso dell'Ade. Non sarebbe stato risparmiato nessun loro discendente, nessuna pietra delle loro case sarebbe rimasta in piedi, e nemmeno l'erba sarebbe più cresciuta in quel luogo. Si sarebbe certo rifiutata di crescere in un luogo così immondo. Sarebbe stata fatta giustizia.
Ora c'era solo una cosa da fare, lanciarsi all'inseguimento della nave nemica, e far pagare, con la loro vita, lo sgarro fatto. Ce l’avrebbero fatta, Poseidon li avrebbe aiutati a raggiungere quella barca, troppo veloce per loro, ma sicuramente già imbevuti di gloria, che certamente non avrebbero pensato di ritrovarsi alle spalle i più valorosi guerrieri Tursha dell'intero Mediterraneo. Discendenti diretti di famosi pirati che già avevano scorrazzato in lungo e in largo nel mare Egeo, quando loro, i focei, non avevano nemmeno il coraggio di avventurarsi nel loro mare.
La storia insegnava che i focei erano troppo vigliacchi per combattere una battaglia a viso aperto. Già quando scapparono dalle loro terre senza combattere. Lasciando le loro case all'invasore dell'est, costrinsero alla fuga il resto dei popoli loro alleati, che se non avessero seguito il loro esempio, sarebbero rimasti uccisi, o fatti schiavi.
Ma questi erano diventati malgrado tutto pirati a occidente, assalendo navi e porti Shardana, Cartagegi e quelli Tursha. Sempre agendo con l'inganno della debole strategia fatta di tradimenti e sotterfugi, che spesso portava anche i suoi frutti, ma certo era che i focei erano tra i più odiati mercanti della zona. Erano quelli che vendevano al prezzo più alto, ed erano quelli che raziavano un intero villaggio anche se non erano in guerra con questo. E quando gli si poteva far pagare qualcosa lo si faceva con la loro stessa moneta.
Come ora, dopo il loro arrembaggio alla nave Tursha, la scorta si precipitò all'inseguimento. A vele spiegate e rematori che tenevano un'andatura molto sostenuta, solo per riuscire a ingaggiar battaglia nel minor tempo possibile, li avrebbero raggiunti, avrebbero fatto il possibile. Se fossero tornati vincitori avrebbero fatto tutti un pellegrinaggio a Poseidonia all'altare di Poseidon per rendergli gli omaggi della vittoria.
Procedevano spediti, ma le vele della nave che inseguivano non si vedevano. Sapevano che aveva preso sicuramente quella rotta, ma doveva essere una triara, e per loro era troppo veloce. L'avrebbero raggiunta solo quando si sarebbero creduti ormai fuori pericolo. Erano loro che non dovevano cedere, erano certi che prima di sera sarebbero stati loro addosso. Il problema era solo quello di raggiungerli, perché poi, la battaglia non la temeva nessuno.
Ma un altro evento forse veniva in loro aiuto, si era alzato un vento di tempesta, proveniente da ponente. Si manteneva soleggiato, ma in lontananza si vedevano già le prime nubi salire. Erano grossi cumuli che si spostavano proprio verso di loro. Certamente avrebbero prima incontrato la nave nemica, questo era già un vantaggio.
Fu poco dopo il mezzogiorno che si avvistarono le vele dell'imbarcazione nemica, erano spiegate, ma nessun rematore era al lavoro. Per cui si credevano già sicuri, e non avevano nessuno all'avvistamento. Avrebbero potuto avvicinarsi molto prima di essere scorti, grazie anche al mare che si era notevolmente ingrossato. La fortuna giocava ora dalla parte dei Tursha, che alla vista della nave si infervorarono ulteriormente, sentendo il predatore divenire preda. Cominciarono canti di incoraggiamento a resistere, canti di guerra che animavano ancor più di forza i già possenti guerrieri.
Il mare spumeggiava, le onde battevano contro il legno, schizzando e rinfrescando i corpi sudati, rigenerandoli dal calore. Le voci scandivano il ritmo e il tamburo teneva il tempo, il loro comandante era osannato nei canti. Già lo ringraziavano di portarli alla gloriosa battaglia, per vendicare gli ori perduti. Le schiene si muovevano a ritmo sincronizzate tra loro. Un movimento muscolare perfetto che muoveva e agitava l'intera imbarcazione. Le nuvole ormai sopraggiungevano a coprire il sole ormai erano sicuri anche di essere stati avvistati dall'altra barca, ma ciò non importava, visto che non le erano più tanto distanti. Anzi si vedeva che ora anche gli altri remavano, ma a un ritmo più blando, non certo come loro, erano sempre più vicini.
Eppure la nave nemica era una triara, aveva due file di remi per parte più della loro, ma questo ormai non le sarebbe bastato, loro avevano una copertura di vele maggiore, ma ancora per poco, perché ormai il vento era troppo forte. Avrebbero perso tutto se le avessero tenute ancora spiegate. I loro nemici le avevano tutte serrate, e avanzavano solo coi remi, col mare mosso però non riuscivano a tenere un buon ritmo, anche perché coordinare cinque file di remi era difficile con tutto il peso del carico, tanto più con le onde. Spesso le ultime due in alto non toccavano nemmeno l'acqua. Allora lo sforzo del resto diventava maggiore, in quanto dovevano sopportare anche il peso della parte mancante. Voleva dire che perdevano molto tempo a far andare dritta la nave, sopratutto quando arrivavano forti ondate che la spostavano dalla sua rotta.
L'inbarcazione Tursha chiaramente non era da meno, anche questa aveva i suoi problemi, ma già il fatto di aver meno remi e niente carico, poteva aver problemi nel tener dentro l'ultima fila. Ovvero dall'altro lato veniva impressa solo la forza di una fila in più, non di due o tre a seconda delle ondate, e allora rimettere in rotta era notevolmente più facile. Ma ora stavano entrando nella tempesta, non sapevano come sarebbe andata a finire.
Il sole stava terminando la sua corsa giornaliera e a est, nel cielo ancora azzurro, comparivano le prime stelle. C'era parecchio vento quella sera, e si stava preparando una tempesta di quelle molto forti, era tutto il giorno che malgrado il sole battente remavano all'inseguimento della triara focea, ormai Icore, Tonesh e Takesh lo sapevano, i focei erano molto forti, ma quando pensavano di essersi allontanati abbastanza era il momento in cui diventavano vulnerabili.
Ormai le stelle stavano per essere completamente coperte dalle sempre più incontenibili nubi, presto avrebbero seguito la rotta a naso, verso Alalia a Cirso. I Tursha conoscevano ogni onda del mare dei Shardana. Dovevano raggiungerli per forza, era per recuperare il carico per il tempio di Kisra. La mossa dei focei era stata troppo vigliacca.
Il mare era sempre più alto, anzi alcune ondate entravano direttamente in barca, si vedeva ancora la sagoma della nave a ponente. Avevano rallentato vistosamente, forse avevano dei problemi con la tenuta della nave, che probabilmente aveva il rostro storto. Certamente storto nello speronamento della nave mercantile, speravano fosse vero. Sarebbe stato proprio un colpo di fortuna, magari la loro situazione si fosse aggravata ulteriormente, non sarebbero loro sfuggiti a maggior ragione, c'era solo da sperare di esser loro addosso prima della tempesta.
Icore, era il più giovane e fremeva nell'attesa di ingaggiar battaglia, all'arrembaggio. L'orizzonte era rischiarato dai lampi del temporale e più vicini i loro perpetui nemici. Già i loro avi inseguivano i focei su un altro mare a oriente, oltre Regius, dove c'erano tanti altri antagonisti, come i punici o i cretesi e i pelasgi delle piccole isole egee, ma i peggiori di tutti erano i focei.
Il mare era sempre più grosso. Ora le onde entravano spesso nella nave ed erano già all'opera gli addetti allo svuotamento, davanti ai tursha i focei erano nella loro stessa condizione, forse peggio, glielo auguravano. Stavano già da tempo gettando a mare il bottino, il tesoro Tursha. Erano quasi loro addosso.
Ma ecco improvvisamente la barca focea si impennò su un onda e finì sul fianco. Allora fu subito dato l'ordine di cambiare la rotta, e i rematori di destra alzarono i remi, ma di colpo i remi sulla sinistra rimasero in acqua spezzati, contro il corpo duro del vascello nemico. Lo scafo che stava affondando era appena sotto il pelo dell'acqua e veniva loro in contro. Non si poteva più evitarlo. Era destino allora che quella nave di infidi focei li condannasse tutti a morte sicura. Avevano cozzato violentemente contro quello scafo, portati dalle onde, più volte. Nella loro stiva c'era già una falla che faceva entrare anche troppa acqua, avrebbe provocato l'inevitabile affondamento della nave. Sarebbero stati inghiottiti in questo mare, ormai così ingrato, sulle cui sponde si affacciava la loro seconda patria.
Tutti, capi e guerrieri si buttavano in mare, sulle botti per sperare di render cara la pelle. E chi tuffandosi trovava un foceo lo uccideva all'istante, se questo aveva la malaugurata sfortuna di non essere già annegato, ci pensavano i guerrieri Tursha a annegarlo nel suo stesso sangue.
Chi si tuffava a spada sguainata sul nemico per finirlo comunque, chi moriva impigliato nelle sartie che vagavano come reti sul pelo dell'acqua, due imbarcazioni ormai relitti adatte solo per i pesci in fondo al mare. In poco tempo delle navi non restavano che pezzi, botti, remi e corpi vaganti, più morti che vivi, nel mare prospiciente alla costa Shardana.
Tonesh sperava di essere vicino alla costa di amici, sperava di essere abbastanza a sud da raggiungere qualche villaggio di commercio.
Sia Icore che Takesh erano spariti ai suoi occhi, non sapeva che fine avessero fatto. L'unica cosa certa era che doveva nuotare e portare in salvo almeno la pelle, doveva distinguere sempre il ponente nell'uscire dalle onde, per non perderlo quando veniva buttato di sotto. Ormai non era più il caso di combattere.
Ormai le stelle stavano per essere completamente coperte dalle sempre più incontenibili nubi, presto avrebbero seguito la rotta a naso, verso Alalia a Cirso. I Tursha conoscevano ogni onda del mare dei Shardana. Dovevano raggiungerli per forza, era per recuperare il carico per il tempio di Kisra. La mossa dei focei era stata troppo vigliacca.
Il mare era sempre più alto, anzi alcune ondate entravano direttamente in barca, si vedeva ancora la sagoma della nave a ponente. Avevano rallentato vistosamente, forse avevano dei problemi con la tenuta della nave, che probabilmente aveva il rostro storto. Certamente storto nello speronamento della nave mercantile, speravano fosse vero. Sarebbe stato proprio un colpo di fortuna, magari la loro situazione si fosse aggravata ulteriormente, non sarebbero loro sfuggiti a maggior ragione, c'era solo da sperare di esser loro addosso prima della tempesta.
Icore, era il più giovane e fremeva nell'attesa di ingaggiar battaglia, all'arrembaggio. L'orizzonte era rischiarato dai lampi del temporale e più vicini i loro perpetui nemici. Già i loro avi inseguivano i focei su un altro mare a oriente, oltre Regius, dove c'erano tanti altri antagonisti, come i punici o i cretesi e i pelasgi delle piccole isole egee, ma i peggiori di tutti erano i focei.
Il mare era sempre più grosso. Ora le onde entravano spesso nella nave ed erano già all'opera gli addetti allo svuotamento, davanti ai tursha i focei erano nella loro stessa condizione, forse peggio, glielo auguravano. Stavano già da tempo gettando a mare il bottino, il tesoro Tursha. Erano quasi loro addosso.
Ma ecco improvvisamente la barca focea si impennò su un onda e finì sul fianco. Allora fu subito dato l'ordine di cambiare la rotta, e i rematori di destra alzarono i remi, ma di colpo i remi sulla sinistra rimasero in acqua spezzati, contro il corpo duro del vascello nemico. Lo scafo che stava affondando era appena sotto il pelo dell'acqua e veniva loro in contro. Non si poteva più evitarlo. Era destino allora che quella nave di infidi focei li condannasse tutti a morte sicura. Avevano cozzato violentemente contro quello scafo, portati dalle onde, più volte. Nella loro stiva c'era già una falla che faceva entrare anche troppa acqua, avrebbe provocato l'inevitabile affondamento della nave. Sarebbero stati inghiottiti in questo mare, ormai così ingrato, sulle cui sponde si affacciava la loro seconda patria.
Tutti, capi e guerrieri si buttavano in mare, sulle botti per sperare di render cara la pelle. E chi tuffandosi trovava un foceo lo uccideva all'istante, se questo aveva la malaugurata sfortuna di non essere già annegato, ci pensavano i guerrieri Tursha a annegarlo nel suo stesso sangue.
Chi si tuffava a spada sguainata sul nemico per finirlo comunque, chi moriva impigliato nelle sartie che vagavano come reti sul pelo dell'acqua, due imbarcazioni ormai relitti adatte solo per i pesci in fondo al mare. In poco tempo delle navi non restavano che pezzi, botti, remi e corpi vaganti, più morti che vivi, nel mare prospiciente alla costa Shardana.
Tonesh sperava di essere vicino alla costa di amici, sperava di essere abbastanza a sud da raggiungere qualche villaggio di commercio.
Sia Icore che Takesh erano spariti ai suoi occhi, non sapeva che fine avessero fatto. L'unica cosa certa era che doveva nuotare e portare in salvo almeno la pelle, doveva distinguere sempre il ponente nell'uscire dalle onde, per non perderlo quando veniva buttato di sotto. Ormai non era più il caso di combattere.
La tempesta infuriava e le onde erano alte Tonesh cercava di non soccombere alle ire degli dei, le onde lo urtavano, lo spingevano, lo soffocavano, sommergendolo alle volte inaspettatamente. Era sballottato a dritta o a manca senza poter fare niente. Era stanco, avvilito, gli mancavano le forze sempre più, non riusciva più a concentrarsi, gli mancavano le forze, non riusciva più a distinguere la direzione giusta, ormai capiva di averla persa, eppure continuava a nuotare. Si sentiva morire. Non ce l'avrebbe mai fatta a vincere.
martedì 6 dicembre 2011
Parigi 2005
Un giorno di settembre un giorno entusiasmante, a Parigi davanti alla tour, appena mattina, ma già stanchi, ma con ancora tanta voglia di vedere, di guardare, di scoprire cosa c'è attorno, anche i particolari, vedere la Senna con le sue peniche, le case galleggianti, dove immaginari lupi di mare si riscoprono liberi in un fiume metropolitano, liberi e incatenati ad una vita ai margini, ma non per forza emarginati.
E appena girato il volto la vedi lì, che si inalbera con le sue 7.000 tonellate di ferro. devi già alzare la testa per vederla tutta nella sua maestosità, lì in punta arriveremo, da lì vedremo tutto il mondo.
E appena girato il volto la vedi lì, che si inalbera con le sue 7.000 tonellate di ferro. devi già alzare la testa per vederla tutta nella sua maestosità, lì in punta arriveremo, da lì vedremo tutto il mondo.
Tempo del Tempo
Ieri notte, erano circa le due, stavo tornando alla mia auto, attraversando le piazze, quando ho sentito alle mie spalle dei passi, tacchi di donna, tacchi a spillo, sentivo che seguivano me, saranno stati almeno dieci metri più in dietro. Mi girai per vedere chi portava quelle scarpe, ma non vidi nessuno. Proprio allora sentii un sospiro nella mia mente, un sospiro di donna. Mi guardai attorno, non capivo cosa stesse succedendo. Riprendendo a camminare dietro a me ricominciarono i passi, ma ora si era aggiunto un respiro, dato che camminavo io stesso più veloce, anche lei aveva accelerato il passo che si infondeva nella mia mente.
Ero decisamente turbato, quasi correvo, girandomi di tanto in tanto, senza vedere nulla. Poi mi fermai sentendo una voce soffice che mi chiamava. Questa voce la conoscevo, era la sua. Mi girai nuovamente, e questa volta mi sembrava di vedere qualcosa, un'ombra. Sì, solo un'ombra, lì a pochi passi da me. La Sentii dire. — Oscar, chiudi gli occhi e dammi un corpo. — Annuii, inconsapevolmente li chiusi e mentre li riaprivo cominciai a vedere qualcosa. Apparvero due occhi, splendenti, di un celeste che credevo potessero essere solo di una persona. Avevano una luminosità fantastica. Mentre mi perdevo in quegli occhi, non mi accorsi che era comparso anche il resto del corpo. Mi stava sorridendo. Aveva i capelli lunghi, mossi dietro le spalle, pettinati all'indietro, con un ampio ciuffo verso destra, che copriva parzialmente la fronte abbastanza ampia. Sembrava lei. Anche la sua altezza, non tanto alta, ma giusta per il suo corpo. Pensai che dovesse aver freddo per come era vestita. Un abitino nero, che lasciava scoperte le braccia e da sotto la mini delle gambe mozza fiato, davvero come le sue, inguainate in calze nere e scarpe con tacchi a spillo come avevo sentito sul selciato.
— Non so cosa sia il freddo. — Anche la voce sembrava la sua.
— Chi sei? — le domandai.
Sono chi vuoi tu, se vuoi. Non sono nessuno, se tu vuoi. — Restò lì a guardarmi. — Stavi pensando a una tua amica. Se vuoi posso essere una tua amica.
— Mi leggi nel pensiero? — Le chiesi guardandola di sbieco. Non capivo cosa volesse da me, perché avesse preso la sua forma, sì stavo pensando a lei, ma non aveva il diritto... — Se tu lo vuoi, sì. — Aveva un tono esasperante di sottomissione, non era certo da lei, era chiaro che non poteva essere lei, ma le assomigliava così tanto. — Perché me? — Le chiesi senza nemmeno capire perché facessi quella domanda, o che domande porle successivamente, ma forse ero convinto che qualcosa dovevo pur chiedere. — Perché ho sentito una chiamata, proveniva da qui, e mi sono trovata nei tuoi pensieri. — La risposta era certamente strana, ma cosa c'era di normale in questa storia, non so.
Mi guardai attorno, mi venne un brivido lungo la schiena, forse una certa ansia, rimase solo il grande freddo che c'era lì attorno, e lei, che non sapevo cosa, o chi fosse, anche se somigliava ad un'altra lei.
L'unica cosa che mi venne da dire e fare fu di togliermi il giaccone per metterlo attorno alle sue spalle. — Tieni, almeno non prendi freddo, hai dove dormire? — Lei non rispose, ma sentii nella mia mente un qualcosa che sembrava "cos'è dormire".
Cosa voleva dire, non capivo, ma una cosa sola era certa, non l'avrei lasciata così al freddo, le dissi ancora — Seguimi, vediamo un po' cosa facciamo adesso. Anzi meglio dormirci sopra stanotte, domani mattina decideremo cosa fare. Se esisti davvero. — Certo che esisto... — fu tutto, io non dubitai delle sue parole, non mi passò nemmeno per la testa, avrei aspettato la mattina dopo, magari scoprendo che si trattava solo di un sogno, che magari non mi sarei neppure ricordato. Sta di fatto che poco dopo saliva nella mia auto, ora sentivo anche il suo profumo, era tale e quale a quello di lei. Non parlavo, eppure pareva che lei conversasse con me nella mia mente, mi stava perquisendo il cervello. — Smettila! — Le dissi. — Come vuoi, non penetrerò più nella tua mente, se tu non vorrai. — Perché devi farlo? — Mi guardò con un faccino dove risaltavano i suoi occhioni, mi veniva voglia di coccolarla. — Perché vorrei conoscerti. — disse semplicemente lei — se vuoi puoi fare anche tu lo stesso con me, apri la tua mente e penetrerai nel mio essere totale.
Per lei era semplice da dirsi, era capitata qui così, io non la conoscevo, non sapevo nemmeno da dove arrivasse. — Ma chi sei tu, da dove arrivi. — Le chiesi sperando in una risposta.
— Potrei essere lei. Oppure essere qualcun'altra, a te importa veramente?
Non ero sicuro che importava qualcosa chi fosse, anzi non sapevo neppure cosa importasse veramente. Senza volerlo provai come la sensazione d’aver aperto la mente a lei per sondarla a mia volta, scoprii dei colori che non conoscevo. O forse semplicemente erano dei toni visti in modo diverso da quelli che normalmente si possono vedere, ah non è che io mi intenda di colori, solo che in quel momento era tutto così strano. Poi abbandonai il contatto per seguire la strada, mi sembrava comunque di volare, ritrovandomi davanti alla porta di casa. Le spiegai cosa voleva dire dormire. Lei mi disse che già sapeva. Le indicai dove poteva dormire, il mio letto, lei fu d'accordo, io riparai sul divano.
Forse per il fatto che la notte era già molto avanti, o forse anche per la scomodità del divano, mi svegliai la mattina successiva con l'odore del caffè nelle narici, e la schiena a pezzi. Mi alzai di soprassalto, ritrovandomi sul divano, con una coperta. Mi ricordavo di una strana storia, ma forse non era stato tutto un sogno. Forse ero così stanco che mi ero sdraiato davanti al televisore, svegliandomi solo ora. Stanco? Probabilmente avevo alzato troppo il gomito.
Ma ora, il profumo del caffè ed i rumori provenienti dal cucinino mi fecero subito venir in mente che forse qualcosa quella notte era accaduto. Le stranezze si concretizzarono di colpo. — Due cucchiaini, vero? — comparve lì sulla porta, aveva solo una sottoveste nera bordata di pizzo, ed io ero lì a bocca aperta. — Samantha, cosa fai qui? — lei mi guardò sorridendo. — Sì. Sapevo che lei si chiama Samantha. Te l'avevo letto nella mente.
Ma proprio non ricordi nulla di quello che è successo questa notte. — Mi stava guardando con un'aria interrogativa. — Sì. Certo ricordo, ma credevo fosse solo un sogno — Ero lì, davanti a lei interdetto, con la bocca spalancata. Poi voltai la testa e guardando fuori dalla finestra il celeste del cielo, i suoi occhi, pensai "a quanto pare stanotte non è stato un sogno." Non sapevo cosa dire, cosa pensare, certo che veramente era una cosa strana. Già durante la notte mi ero chiesto chi poteva essere e da dove venisse. E ora era qui di nuovo davanti a me. In effetti la mia domanda era "ma da dove è venuta fuori questa".
— Questa ha fatto un salto temporale e spaziale per raggiungere una tua chiamata. Questa ha preso le forme che tu gli hai dato. E se queste forme che tu gli hai dato sono quelle della donna che ami, io non ci posso fare nulla... — sembrava arrabbiata, o no, forse solo seccata. Ma doveva capire lo sbigottimento di ciò che era successo. — Mi leggi davvero nella mente. — le chiesi indispettito, solo allora mi era venuto in mente che già durante la notte era successo, ed io le avevo urlato di smetterla.
— Sì, riesco a capire quasi tutto ormai, non c'è molto di difficile, anche se c'è qualcosa che non riesco a capire, è la sensazione che provi nei confronti del corpo che mi hai destinata. Sembra un'onda del mare, o un uragano. Qualcosa di molto forte e agitato.
Mi stava analizzando, stava scavando nel mio cervello, scopriva tutto quello che avevo dentro, non era giusto, ma non avevo la forza di vietarglielo, o impedirglielo. Era un casino. Ma forse no.
Fui improvvisamente preso da un’idea, quella di telefonarle, con la mano presi la cornetta e composi le sei cifre che mi frullavano spesso nella mente, dopo due squilli sentii la sua voce dall'altra parte del telefono. Uguale. Ma era proprio lei al di là.
— Ciao Samantha, come stai. — le chiesi come al solito... Era proprio lei indubbiamente. Avevo avuto anche questa verifica, dopo averle parlato qualche minuto di domande e risposte, ritornai alla Samantha che stava davanti a me.
— Siediti. — le dissi indicandole il divano accanto al mio. Lei si sedette sullo stesso dove ero seduto io, aveva letto ancora nella mia mente, stavo pensando che se fosse stata Samantha l'avrei fatta sedere accanto a me. — Raccontami tutto quello che ti riguarda. Dall'inizio. — le dissi puntando l'indice nel palmo della mia mano. — fino ad oggi. — puntualizzai.
"Io sono nata stanotte, dalla tua mente, prima? Prima era prima, ora è solo adesso e poi."
Mi venne il panico, che discorso era. Non sapevo da dove cominciare per chiederle di ricominciare con la sua spiegazione. — Ricomincia, non ho capito gran che dalla tua spiegazione... — stava per riprendere con la stessa storia — Ferma, rispondi solo alle mie domande.
Lei mi guardò accondiscendente come al solito, mi imbarazzava, non sapevo da che parte cominciare, mi perdevo nei suoi occhi. Lei sospirò. — Prima di stanotte dov'eri? Cos'eri? — Ero in un altro tempo, su un altro pianeta, o una cosa simile a un'entità che tu chiami pianeta, qualcosa con una forma sferoidale, come sembra il posto, l'entità solida dove vivi. Cos'ero? Questo è un po' un problema spiegarlo con parole tue... se ti può bastare ero una specie di corpo gassoso, un'intelligenza "gassosa"... Che bella la sua voce, mi ripresi. — Una specie di anima, una specie di coscienza. — cercavo di avvicinarmi a quello che voleva dire.
— Non so cosa sia il freddo. — Anche la voce sembrava la sua.
— Chi sei? — le domandai.
Sono chi vuoi tu, se vuoi. Non sono nessuno, se tu vuoi. — Restò lì a guardarmi. — Stavi pensando a una tua amica. Se vuoi posso essere una tua amica.
— Mi leggi nel pensiero? — Le chiesi guardandola di sbieco. Non capivo cosa volesse da me, perché avesse preso la sua forma, sì stavo pensando a lei, ma non aveva il diritto... — Se tu lo vuoi, sì. — Aveva un tono esasperante di sottomissione, non era certo da lei, era chiaro che non poteva essere lei, ma le assomigliava così tanto. — Perché me? — Le chiesi senza nemmeno capire perché facessi quella domanda, o che domande porle successivamente, ma forse ero convinto che qualcosa dovevo pur chiedere. — Perché ho sentito una chiamata, proveniva da qui, e mi sono trovata nei tuoi pensieri. — La risposta era certamente strana, ma cosa c'era di normale in questa storia, non so.
Mi guardai attorno, mi venne un brivido lungo la schiena, forse una certa ansia, rimase solo il grande freddo che c'era lì attorno, e lei, che non sapevo cosa, o chi fosse, anche se somigliava ad un'altra lei.
L'unica cosa che mi venne da dire e fare fu di togliermi il giaccone per metterlo attorno alle sue spalle. — Tieni, almeno non prendi freddo, hai dove dormire? — Lei non rispose, ma sentii nella mia mente un qualcosa che sembrava "cos'è dormire".
Cosa voleva dire, non capivo, ma una cosa sola era certa, non l'avrei lasciata così al freddo, le dissi ancora — Seguimi, vediamo un po' cosa facciamo adesso. Anzi meglio dormirci sopra stanotte, domani mattina decideremo cosa fare. Se esisti davvero. — Certo che esisto... — fu tutto, io non dubitai delle sue parole, non mi passò nemmeno per la testa, avrei aspettato la mattina dopo, magari scoprendo che si trattava solo di un sogno, che magari non mi sarei neppure ricordato. Sta di fatto che poco dopo saliva nella mia auto, ora sentivo anche il suo profumo, era tale e quale a quello di lei. Non parlavo, eppure pareva che lei conversasse con me nella mia mente, mi stava perquisendo il cervello. — Smettila! — Le dissi. — Come vuoi, non penetrerò più nella tua mente, se tu non vorrai. — Perché devi farlo? — Mi guardò con un faccino dove risaltavano i suoi occhioni, mi veniva voglia di coccolarla. — Perché vorrei conoscerti. — disse semplicemente lei — se vuoi puoi fare anche tu lo stesso con me, apri la tua mente e penetrerai nel mio essere totale.
Per lei era semplice da dirsi, era capitata qui così, io non la conoscevo, non sapevo nemmeno da dove arrivasse. — Ma chi sei tu, da dove arrivi. — Le chiesi sperando in una risposta.
— Potrei essere lei. Oppure essere qualcun'altra, a te importa veramente?
Non ero sicuro che importava qualcosa chi fosse, anzi non sapevo neppure cosa importasse veramente. Senza volerlo provai come la sensazione d’aver aperto la mente a lei per sondarla a mia volta, scoprii dei colori che non conoscevo. O forse semplicemente erano dei toni visti in modo diverso da quelli che normalmente si possono vedere, ah non è che io mi intenda di colori, solo che in quel momento era tutto così strano. Poi abbandonai il contatto per seguire la strada, mi sembrava comunque di volare, ritrovandomi davanti alla porta di casa. Le spiegai cosa voleva dire dormire. Lei mi disse che già sapeva. Le indicai dove poteva dormire, il mio letto, lei fu d'accordo, io riparai sul divano.
Forse per il fatto che la notte era già molto avanti, o forse anche per la scomodità del divano, mi svegliai la mattina successiva con l'odore del caffè nelle narici, e la schiena a pezzi. Mi alzai di soprassalto, ritrovandomi sul divano, con una coperta. Mi ricordavo di una strana storia, ma forse non era stato tutto un sogno. Forse ero così stanco che mi ero sdraiato davanti al televisore, svegliandomi solo ora. Stanco? Probabilmente avevo alzato troppo il gomito.
Ma ora, il profumo del caffè ed i rumori provenienti dal cucinino mi fecero subito venir in mente che forse qualcosa quella notte era accaduto. Le stranezze si concretizzarono di colpo. — Due cucchiaini, vero? — comparve lì sulla porta, aveva solo una sottoveste nera bordata di pizzo, ed io ero lì a bocca aperta. — Samantha, cosa fai qui? — lei mi guardò sorridendo. — Sì. Sapevo che lei si chiama Samantha. Te l'avevo letto nella mente.
Ma proprio non ricordi nulla di quello che è successo questa notte. — Mi stava guardando con un'aria interrogativa. — Sì. Certo ricordo, ma credevo fosse solo un sogno — Ero lì, davanti a lei interdetto, con la bocca spalancata. Poi voltai la testa e guardando fuori dalla finestra il celeste del cielo, i suoi occhi, pensai "a quanto pare stanotte non è stato un sogno." Non sapevo cosa dire, cosa pensare, certo che veramente era una cosa strana. Già durante la notte mi ero chiesto chi poteva essere e da dove venisse. E ora era qui di nuovo davanti a me. In effetti la mia domanda era "ma da dove è venuta fuori questa".
— Questa ha fatto un salto temporale e spaziale per raggiungere una tua chiamata. Questa ha preso le forme che tu gli hai dato. E se queste forme che tu gli hai dato sono quelle della donna che ami, io non ci posso fare nulla... — sembrava arrabbiata, o no, forse solo seccata. Ma doveva capire lo sbigottimento di ciò che era successo. — Mi leggi davvero nella mente. — le chiesi indispettito, solo allora mi era venuto in mente che già durante la notte era successo, ed io le avevo urlato di smetterla.
— Sì, riesco a capire quasi tutto ormai, non c'è molto di difficile, anche se c'è qualcosa che non riesco a capire, è la sensazione che provi nei confronti del corpo che mi hai destinata. Sembra un'onda del mare, o un uragano. Qualcosa di molto forte e agitato.
Mi stava analizzando, stava scavando nel mio cervello, scopriva tutto quello che avevo dentro, non era giusto, ma non avevo la forza di vietarglielo, o impedirglielo. Era un casino. Ma forse no.
Fui improvvisamente preso da un’idea, quella di telefonarle, con la mano presi la cornetta e composi le sei cifre che mi frullavano spesso nella mente, dopo due squilli sentii la sua voce dall'altra parte del telefono. Uguale. Ma era proprio lei al di là.
— Ciao Samantha, come stai. — le chiesi come al solito... Era proprio lei indubbiamente. Avevo avuto anche questa verifica, dopo averle parlato qualche minuto di domande e risposte, ritornai alla Samantha che stava davanti a me.
— Siediti. — le dissi indicandole il divano accanto al mio. Lei si sedette sullo stesso dove ero seduto io, aveva letto ancora nella mia mente, stavo pensando che se fosse stata Samantha l'avrei fatta sedere accanto a me. — Raccontami tutto quello che ti riguarda. Dall'inizio. — le dissi puntando l'indice nel palmo della mia mano. — fino ad oggi. — puntualizzai.
"Io sono nata stanotte, dalla tua mente, prima? Prima era prima, ora è solo adesso e poi."
Mi venne il panico, che discorso era. Non sapevo da dove cominciare per chiederle di ricominciare con la sua spiegazione. — Ricomincia, non ho capito gran che dalla tua spiegazione... — stava per riprendere con la stessa storia — Ferma, rispondi solo alle mie domande.
Lei mi guardò accondiscendente come al solito, mi imbarazzava, non sapevo da che parte cominciare, mi perdevo nei suoi occhi. Lei sospirò. — Prima di stanotte dov'eri? Cos'eri? — Ero in un altro tempo, su un altro pianeta, o una cosa simile a un'entità che tu chiami pianeta, qualcosa con una forma sferoidale, come sembra il posto, l'entità solida dove vivi. Cos'ero? Questo è un po' un problema spiegarlo con parole tue... se ti può bastare ero una specie di corpo gassoso, un'intelligenza "gassosa"... Che bella la sua voce, mi ripresi. — Una specie di anima, una specie di coscienza. — cercavo di avvicinarmi a quello che voleva dire.
— Una luce, un alone, un qualcosa. — forse voleva precisare, ma un qualcosa poteva essere un tutto. — Certo per quello che ne sai di tutto, potevo essere anche un tutto. Dov'ero, mi avevi chiesto? Ma sarebbe più giusto dire quand'ero. Infatti il posto era questo, in termini di spazio, solo che tra dieci milioni di anni in questo posto ci sarà un altro pianeta, il mio appunto. — E perché sei arrivata qui? — le chiesi ancora. — Perché, perché, quante domande. Se proprio vuoi una risposta, sei tu che mi hai chiamata. Vorrei riuscire a spiegarti quello che sei per me, che è la stessa cosa che io sono per te. Io sono te fra dieci milioni di anni... — Come può essere? — Lasciami finire. Non è proprio così, ma quasi. Io sono la parte di materia che occuperai te allora. — la stavo di nuovo per interrompere, ma lei alzò la mano per fermarmi. — Sono qui perché ho avuto un lungo richiamo, il tuo. Un angoscioso richiamo, che non mi lasciava più vivere. Era parecchio tempo che vivevo uno stato d'ansia terribile, e cercavo di capire il perché. Solo dopo degli studi approfonditi, estremi calcoli matematici ho trovato l'entità Oscar del pianeta Terra in uno stato paradossale, e forse ho anche capito perché. — Perché? — le chiesi io, che sapevo di avere ormai da tempo una leggera depressione, ma da quello che sapevo io i motivi erano vari, e nessuno veramente vitale. — Perché tu vuoi una donna, una donna speciale, una donna che ti strugge, alla quale pensi di continuo. Una donna alla quale dai importanza più di ogni altra cosa, tanto che quando ti ho chiesto di darmi un corpo mi hai semplicemente dato la sua forma, e ora forse un po' alla volta sto prendendo anche i suoi pensieri, vista la sua vicinanza, sento anche lei e la sua forza che ti penetra. Lo sai che ha una grandissima forza d'animo.
Annuisco, anche se credo di essere veramente sconvolto. Sentire una verità così drastica, ma così reale. Perché molte cose già io le riconduco a Samantha, la vera Samantha, la donna che mi ha in un certo senso stregato.
— Ma sei sicura che io sia il tuo corrispettivo, odierno. Non potrebbe essere che tu sia il corrispettivo della donna che desidero. — Io posso andare solo dal mio corrispettivo. Il viaggio nel tempo è scrupoloso, può avvenire solo nel luogo e nel tempo in cui esiste un corrispettivo materiale, io sono te stesso, io sono composta della tua stessa materia, io sono nella tua mente da sempre, come te sei nella mia da sempre, non potrei andare da nessun altro se non da te. Potrei essere sul mio pianeta, ora e nello stesso tempo essere qui con il pensiero, come sono adesso, non riempio un vuoto, riempio un'idea, quella che tu mi hai dato. Sono un'immagine reale nell'immaginazione virtuale che hai della vita. Sono te in modo diverso, sono ciò che tu pensi, e ciò che più vuoi.
Allibito, ora non sapevo proprio cosa dire, mi trovavo di fronte la verità, e nello stesso tempo non volevo più vedere l'immagine creata da me, ma volevo solo vedere la Samantha vera, sapere che era lei che volevo, solo lei, non una sua immagine, e vedere la sua immagine che mi sorrideva accondiscendente perché vedeva che stavo per risolvere il mio problema, e avrebbe voluto poter fare di più.
Ma di più, cosa avrebbe potuto fare di più, sentivo questa sensazione, il mio problema era questo, dovevo affrontare il problema, darmi a questo problema completamente, ogni attimo della mia vita, ogni battito del mio cuore.
Ma forse il problema maggiore era Samantha, la Samantha vera, non certo la Samantha arrivata dalla mia congiunzione. Ma sentivo uno stimolo nella mia mente che mi diceva che se ero veramente convinto, che se veramente ero disposto, che se veramente mi interessava, nulla poteva essere se non quello che volevo. E tutto questo lo sentivo mentre mi perdevo in un azzurro quello dei suoi occhi, sempre più immenso, sempre più totale, mi resi conto che mi trovavo all'aperto, sotto il cielo più azzurro che mai avessi visto.
Annuisco, anche se credo di essere veramente sconvolto. Sentire una verità così drastica, ma così reale. Perché molte cose già io le riconduco a Samantha, la vera Samantha, la donna che mi ha in un certo senso stregato.
— Ma sei sicura che io sia il tuo corrispettivo, odierno. Non potrebbe essere che tu sia il corrispettivo della donna che desidero. — Io posso andare solo dal mio corrispettivo. Il viaggio nel tempo è scrupoloso, può avvenire solo nel luogo e nel tempo in cui esiste un corrispettivo materiale, io sono te stesso, io sono composta della tua stessa materia, io sono nella tua mente da sempre, come te sei nella mia da sempre, non potrei andare da nessun altro se non da te. Potrei essere sul mio pianeta, ora e nello stesso tempo essere qui con il pensiero, come sono adesso, non riempio un vuoto, riempio un'idea, quella che tu mi hai dato. Sono un'immagine reale nell'immaginazione virtuale che hai della vita. Sono te in modo diverso, sono ciò che tu pensi, e ciò che più vuoi.
Allibito, ora non sapevo proprio cosa dire, mi trovavo di fronte la verità, e nello stesso tempo non volevo più vedere l'immagine creata da me, ma volevo solo vedere la Samantha vera, sapere che era lei che volevo, solo lei, non una sua immagine, e vedere la sua immagine che mi sorrideva accondiscendente perché vedeva che stavo per risolvere il mio problema, e avrebbe voluto poter fare di più.
Ma di più, cosa avrebbe potuto fare di più, sentivo questa sensazione, il mio problema era questo, dovevo affrontare il problema, darmi a questo problema completamente, ogni attimo della mia vita, ogni battito del mio cuore.
Ma forse il problema maggiore era Samantha, la Samantha vera, non certo la Samantha arrivata dalla mia congiunzione. Ma sentivo uno stimolo nella mia mente che mi diceva che se ero veramente convinto, che se veramente ero disposto, che se veramente mi interessava, nulla poteva essere se non quello che volevo. E tutto questo lo sentivo mentre mi perdevo in un azzurro quello dei suoi occhi, sempre più immenso, sempre più totale, mi resi conto che mi trovavo all'aperto, sotto il cielo più azzurro che mai avessi visto.
Ero solo, ma felice, avevo sentito una voce, la sua voce che mi chiamava nell'immenso, la voce di Samantha, quando arrivai a casa sentii il telefono squillare, alzai la cornetta, sapevo chi era. Samantha.
lunedì 1 settembre 2008
Aviaria - pandemia
Stavo cercando una cosa, e mi è venuto in mente che qui in primavera doveva arrivare la pandemia più pericolosa per l'uomo, l'epidemia che doveva sconvolgere l'umanità, la famigerata aviaria.
Che fine ha fatto, una bolla di sapone? Fino ad un mese fa ci rintronavano a suon di volatili, gatti, cani morti per l'aviaria. Anitre e cigni che morivano negli stagni italiani... poi il nulla.
Ma dov'è finita l'aviaria, non ce n'è più traccia, mi pare molto strana la cosa.
Lo strano è che passata l'ondata influenzale stagionale, e la vendita degli antinfluenzali è andata a buon fine, le notizie sull'aviaria hanno perso spessore, non interessano più a nessuno.
Gli unici a perderci sono stati i polli, sembrerebbe. C'è stato un incredibile falcidiazione di polli a causa di un probabile contagio che poi non c'è stato, qualcuno mi dirà che è appunto perché a scopo precauzionale sono stati eliminati i polli, non c'è stata l'epidemia tanto conclamata, ma ci si deve credere.
C'è chi dice che la carne di pollo non viene più consumata, che ci sono state perdite enormi, in termini economici... però conosco tanta gente che il pollo l'ha continuato a mangiare, anzi ho anche notato che il prezzo della carne di pollo è sempre stata alta, anzi hanno alzato il prezzo, questo perché non si vendeva? Se non si vendeva forse dovevano abbassarlo... o no.
Se qualcuno mi dice che fine ha fatto l'aviaria ringrazio, mi piacerebbe davvero saperlo.
Che fine ha fatto, una bolla di sapone? Fino ad un mese fa ci rintronavano a suon di volatili, gatti, cani morti per l'aviaria. Anitre e cigni che morivano negli stagni italiani... poi il nulla.
Ma dov'è finita l'aviaria, non ce n'è più traccia, mi pare molto strana la cosa.
Lo strano è che passata l'ondata influenzale stagionale, e la vendita degli antinfluenzali è andata a buon fine, le notizie sull'aviaria hanno perso spessore, non interessano più a nessuno.
Gli unici a perderci sono stati i polli, sembrerebbe. C'è stato un incredibile falcidiazione di polli a causa di un probabile contagio che poi non c'è stato, qualcuno mi dirà che è appunto perché a scopo precauzionale sono stati eliminati i polli, non c'è stata l'epidemia tanto conclamata, ma ci si deve credere.
C'è chi dice che la carne di pollo non viene più consumata, che ci sono state perdite enormi, in termini economici... però conosco tanta gente che il pollo l'ha continuato a mangiare, anzi ho anche notato che il prezzo della carne di pollo è sempre stata alta, anzi hanno alzato il prezzo, questo perché non si vendeva? Se non si vendeva forse dovevano abbassarlo... o no.
Se qualcuno mi dice che fine ha fatto l'aviaria ringrazio, mi piacerebbe davvero saperlo.
mercoledì 9 luglio 2008
Francia - incidente nucleare
E' successo durante l'operazione di pulitura di una cisterna
Francia, incidente nella centrale
Acqua contaminata nei fiumi
Fuoriuscita di liquido, allarme nella zona di Avignone
MILANO — Trenta metri cubi di acque usate contenenti 12 grammi di uranioper litro si sono riversate ieri, per cause accidentali, in due fiumi — La Gaffière e L'Auzon — nel sud della Francia. Le acque provenivano dal sito nucleare di Tricastin a Bollène, nel distretto di Vaucluse, a circa 40 chilometri da Avignone. L'allarme è rientrato quasi subito (l'incidente è avvenuto intorno alle 6,30 del mattino): l'agenzia per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha parlato di «rischio debole per la popolazione». Dello stesso parere i prefetti dei dipartimenti di Vaucluse e Drome. Le autorità locali hanno comunque preso misure di precauzione. Nei comuni di Bollèn e, Lapalud e Lamotte- du-Rhône sono stati vietati la presa d'acqua dai pozzi e l'impiego dell'acqua dei fiumi per irrigare i campi. Vietati anche la pesca, il consumo di pesce e i bagni nelle acque inquinate. L'incidente è avvenuto durante un'operazione di pulizia di una cisterna nello stabilimento Socatri, azienda del gruppo Areva, in attività dal 1975. «È la prima volta che si verifica un incidente del genere — ha detto Gilles Salgas, responsabile della comunicazione della società Socatri —. Su una scala di incidenti nucleari che va da 0 a 7 dovrebbe essere classificato a livello 1».
Una prima ricostruzione della dinamica dell'incidente è arrivata da una portavoce dell'Asn, Evangelia Petit: i circa trentamila litri di liquido contenente uranio — ha spiegato — si sono riversati durante alcune operazioni di pulitura, finendo al suolo e quindi in un canale adiacente, da dove poi sono finiti nei due fiumi. «Una parte della soluzione — ha precisato il direttore della sicurezza dell'Istituto di radioprotezione e sicurezza nazionale (Irsn), Thierry Charles— è stata recuperata, un'altra si è diluita nei corsi d'acqua e la terza fortunatamente non ha raggiunto la falda freatica». Le dichiarazioni rassicuranti delle autorità non sono servite a evitare lo scoppio di polemiche. «È impossibile che una diffusione di uranio di tale entità non abbia conseguenze importanti sull'ambiente e forse anche sulla salute della popolazione» dicono dall'organizzazione ecologista «Sortir du Nucleaire». In questi mesi in Francia il nucleare è un tema caldo dopo l'annuncio del presidente Nicolas Sarkozy di voler aumentare il numero di centrali sul territorio nazionali (attualmente sono 53).
Attualmente la Francia ricava circa l'ottanta per cento della sua elettricità dal nucleare. proprio ieri Francia e Libia hanno ufficializzato l'accordo di cooperazione per lo sviluppo dell'energia nucleare a scopi pacifici concluso nel corso del 2007. Sempre ieri Sarkozy ha annunciato che entro fine anno in Giappone i paesi del G8 si riuniranno per un forum su energia nucleare ed energie rinnovabili, per coordinarne lo sviluppo e far fronte all'aumento dei prezzi del petrolio e del gas. «Vedo crescere il sostegno all'alternativa nucleare — ha detto Sarkozy —. Per la Francia è una scelta molto vecchia, il Regno Unito vuole rafforzarla, l'Italia è interessata e certamente anche gli Usa e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a titolo personale, è favorevole ».
Giulia Ziino
09 luglio 2008
09 luglio 2008
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