lunedì 16 aprile 2012

Uno di Uno






Il mondo che conoscevo sembrava tutt'a un tratto non essere quello che avevo conosciuto, mi sentii davvero abbandonato. Niente era come lo ricordavo, dovevo essermi svegliato con il piede storto, non mi pareva di essermi mai sentito così strano. Avevo gli occhiali da sole per proteggermi dallo sguardo inquisitore della gente, non sopportavo la luce diretta e non volevo vedere direttamente gli occhi di chi incrociavo per strada, anzi cercavo d'evitarli. Il bavero della giacca tirato su, per nascondere il più possibile il mio profilo alla gente, pensavo fosse la parte più debole della mia persona. Guardavo i miei piedi che si muovevano spuntando da sotto l'orizzonte formato dal mio ventre, che non era così grosso come poteva far pensare, ma muovendo alternativamente i piedi ne sbucavano solo le punte.
Era un problema se non potevo sopportare chi mi stava attorno, vicino, a fianco? Non potevo sopportare gli odori di chi incontravo sulla mia strada, eppure non sopportavo nemmeno di andare in giro in auto per una città caotica come questa. A parte che non mi ricordavo nemmeno se avevo un'auto, o se sapevo guidare. Mi ricordavo solo che facevo tante camminate da casa a lavoro, da lavoro al bar, o alla tavola calda, dalla tavola calda all'ufficio per poi tornane a casa.
La strana impressione era che sprecavo un sacco di tempo in inezie, non tornava mai come facessi a far arrivare sera senza aver combinato ancora nulla di concreto nell'arco della giornata. La sensazione di aver dimenticato qualcosa…ma cosa?
Così è stato che avevo cominciato a guardare chi mi stava attorno. A vedere stupide signore coi loro stupidi discorsi sulle loro malattie, su quelle degli altri, discriminando per ore sulle loro magagne. Persone, che da sole parlano, accompagnate dal loro inseparabile cellulare in mezzo al marciapiede trafficato, pieno di persone che parlano con la loro scatolina colorata che emette strani suoni, strani bip. Persone con gli occhi sbarrati che guardano il nulla, senza mai sapere effettivamente dove sono, camminando come automi, come me.
Ragazzi, vestiti tutti uguali, con anonime divise di una strana bandiera, che ascoltano strana musica, e fanno strani gesti, spesso violenti, sempre aggressivi, sempre in prima linea, sempre pronti a eliminare chi non la pensa come loro e chi è diverso da loro.
Ma io, non ero diverso da loro, erano loro diversi da me, era questa la loro diversità non era il loro distinguersi in quanto tali, ma il loro uniformarsi alla presunta diversità Forse io ero il diverso, quello che la pensava in modo diverso, oppure anch'io ero uguale a loro perché credevo di pensare diversamente.
Vagavo con gli occhi sbarrati per la città cercando quell'unico luogo dove potevo essere, stare al sicuro, stare protetto e capito, Sbattere la testa contro ogni muro, per poi capire che forse quell'unico posto era dentro me.
Era il momento di ritornare a casa. Ma dov'era casa. Era un posto così ben localizzato, che non avevo idea di dove fosse, pareva un'idea astratta, che non riguardava in alcun modo me, quindi troppo distante, non interessante. Stavo facendo uno sforzo per capire, ero sull'orlo di un baratro, un livello se pur basso che era di panico.
Dove andrò a dormire, mangiare, da dove arrivavo, perché mi trovavo lì, e lì dov'ero. Una città, mille, un milione di voci, miliardi di rumori, una voce interiore mi diceva “Sì va tutto bene è sempre stato così lì davanti a te c'è la tua strada“, la sicurezza. E lì una luce mi diceva che ero davvero sulla strada giusta. Arrivando così senza sapere come davanti una porta, che potevo aprire con una delle chiavi che avevo in tasca, che automaticamente trovai, scoprendo che era proprio quella giusta, quella che apriva la porta.
E dietro quella porta un appartamento che non sapevo di avere, ma ogni movimento che facevo automaticamente mi informava che era il mio, aprivo un cassetto per prendere una rivista che avevo messo lì la sera prima, sapevo esattamente dov'era, anche se non sapevo perché. Premevo l'interuttore sapendo esattamente che accendeva la luce sul tavolino dall'altra parte della stanza, accanto al divano. Sapevo esattamente dove era la cucina, cosa c'era dentro i cassetti, sapevo che nel frigo c'era una birra che coincideva con i miei desideri del momento, conoscevo il suo gusto, e sapevo che avevo voglia di berla, e trovai un bicchiere proprio lì dove sapevo di trovarlo.
Sorseggiando la birra mi sedetti sul divano, per sfogliare la rivista, soffermandomi su questo o quell'articolo. Sentivo una voce dentro me che mi ripeteva “Sì va tutto bene, è sempre stato così, lì davanti a te c'è la tua strada”, dandomi la giusta tranquillità che ora mi permetteva di rilassarmi e concentrarmi nella lettura.

(continua)

Nessun commento:

Posta un commento